Donald “Buck Dharma” Roeser

Quando si parla di hard-rock generalmente vengono citate come principali punte di diamante di questo movimento tre o quattro bands significative: penso ai Led Zeppelin in ambito blues folk, ai Black Sabbath in ambito dark, ai Deep Purple sul versante neoclassico-progressive. Tuttavia ci si dimentica troppo spesso dei Blue Oyster Cult, gruppo fondamentale nel porre le basi, attraverso un immaginario fatto di violenza urbana, fantascienza, simbologie occulte (il tutto comunque mediato da una certa dose di ironia)di quel filone musicale che comprende il post punk e l’industrial. I Blue Oyster Cult nascono nella New York underground di fine anni sessanta, scena che comprendeva artisti quali Velvet Underground e Patti Smith (la quale si legher?sentimentalmente al tastierista Allen Lanier e collaborer?ad alcuni pezzi dei nostri): sono cinque polistrumentisti compattati dal geniale Sandy Pearlman, giornalista musicale che si trasformer?nel loro manager e poi in autore di testi arguto ed originale. La loro proposta musicale si basa su una sorta di heavy metal ante litteram molto ben strutturato sulla solidit?della sezione ritmica, sostenuta dalla presenza di due chitarre, quella di Donald Roeser detto Buck Dharma (un vezzo di Pearlman affibiare nomignoli ai componenti della band)e quella di Eric Bloom (quest’ultimo anche cantante dal timbro maligno molto adatto alle visioni apocalittiche dei newyorchesi), coadiuvate a volte da una terza suonata da Allen Lanier (in questo senso precursori di gruppi quali Judas Priest ed Iron Maiden), e sugli efficaci tappeti delle tastiere dello stesso Lanier, che sovente trascinano la loro musica verso territori che lambiscono la psichedelia, il jazz, il country ed il boogie (spesso sono stati definiti frettolosamente come “i Black Sabbath americani” – tra l’altro con i “Sabs” di Dio fecero un memorabile tour nel 1980 denominato “Black and Blue” – in realt?i due gruppi sono simili nell’approccio oscuro, ma il sound dei Blue Oyster Cult risulta pi?raffinato, geometrico, e a tratti magniloquente rispetto a quello magmatico e scarno dei colleghi d’oltreoceano); in questo quadro si innesta il solismo di Buck Dharma, uno dei pi?misconosciuti ma geniali guitar-heroes degli anni settanta, certamente non inferiore a performer infinitamente pi?celebrati quali Ritchie Blackmore o Jimmy Page: il suo stile ?caratterizzato da una pirotecnia che mai scade nell’autocompiacimento, ma anzi ricerca sempre soluzioni accattivanti e non scontate per donare alla musica del quintetto quell’alone di inquietudine supplementare; musicista tecnicamente ineccepibile e dotato di gran gusto melodico, colpisce per la fluidit?e il tocco nell’esecuzione di parti veramente mozzafiato (non dimentichiamo che ?anche un ottimo cantante, come si pu?ascoltare in molti brani dei Blue Oyster Cult). Il periodo d’oro della band si pu?situare negli anni che vanno dal 1970 al 1976, quando produce una trilogia (“Blue Oyster Cult” del 1970, Tyranny and Mutation del 1971 e Secret Treaties del 1972)denominata “L’inferno dei Blue Oyster Cult”, nella quale porta a compimento il proprio stile, suggellata da uno spettacolare live del 1974, “On Your Feet Or On Your Knees”, e, sempre nel 1974, “Agents of Fortune”, album bellissimo ancorch?pi?soft, che ha il merito di farli conoscere a livello planetario grazie all’hit “Don’t Fear The Reaper”.Da quel momento in poi la carriera proseguir?tra prove dignitose ed alcuni picchi come i due albums di inizio anni ottanta “Cultosaurus Erectus” del 1980 e “Fire Of Unknown Origin” del 1981, ed “Imaginos” del 1988, bizzarro ed affascinante concept orrorifico memore dei primi tempi della band, registrato da una formazione allargata a molti ospiti, con una fantasmagorica Guitar Orchestra Of The State Of Imaginos che comprende, oltre all’immancabile Buck Dharma, nomi di spicco quali Robbie Krieger, Aldo Nova e Joe Satriani. Nel frattempo Buck Dharma registra, nel 1982, un interessante disco solista intitolato “Flat Out”, nel quale esplora anche territori pi?rilassati rispetto alla sua band. I Blue Oyster Cult rimangono nel terzo millennio un gruppo di tutto rispetto e lo dimostrano nel 2002 facendo uscire un dvd (vivamente consigliato) intitolato “A Long Day’s Night”, dove ritroviamo 3/5 della formazione originale (hanno lasciato il bassista ed il batterista, i fratelli Joe ed Albert Bouchard)che ripropongono con vigore e grande maestria tutti i propri classici: spicca, manco a dirlo, la verve di un Buck Dharma in gran forma a dispetto di un’et?non pi?verdissima, il quale vola letteralmente sul manico della sua Steinberger trascinando i compagni sul palco e gli spettatori come solo i rocker di certe stagioni irripetibili sanno fare.