Pete Townshend

Pete Townshend è senza dubbio uno dei più importanti musicisti della storia del rock.

Si presti attenzione a questa definizione, poichè ridurre il ruolo di questo straordinario personaggio al solo ambito chitarristico sarebbe fuorviante: del resto noterete come nelle varie classifiche dei migliori chitarristi degli anni sessanta-settanta il nome dell’artista inglese venga spesso ignorato o tutt’al più relegato in posizioni marginali rispetto ai cosiddetti guitar-heroes che andavano per la maggiore all’epoca (da Alvin Lee a Jeff Beck, da Ritchie Blackmore a Steve Howe, dal “God” Eric Clapton sino al sommo Hendrix),errore questo dovuto spesso alla superficialità nel privilegiare la pirotecnia ed il virtuosismo rispetto alle capacità compositive. 

Townshend si è sempre distinto infatti per interventi solistici scarni, ma la vera innovazione che ha portato nella chitarra rock risiede nel suo particolare approccio ritmico, con un uso creativo del feedback che addirittura ha precorso la lezione hendrixiana, e in un gusto ed una maestria negli arrangiamenti che ne fanno un genio indiscusso della musica contemporanea.

Basta esaminare la parabola dei suoi The Who, probabilmente una delle quattro-cinque band più importanti della storia,per rendersi conto di quante bands e di quanti musicisti abbiano influenzato e continuino ad influenzare.

I The Who sono una realtà venuta fuori all’inizio degli anni sessanta nell’ambito del movimento giovanile dei Mod, del quale diventeranno, insieme ad altri gruppi come gli Small Faces, i portabandiera; lo stile del gruppo si basa inizialmente su un rythm’n blues brioso ed easy listening, ma già a partire dalla prima raccolta di brani del 1965 (il primo album vero e proprio, a detta della band, sarà il successivo),denominata non a caso “My generation”, si assiste ai prodromi di quella che sarà la rivoluzione di Mr. Townshend, con almeno un paio di canzoni consegnate direttamente alla leggenda come “The kids are alright” e la title track; in “A Quick one” dell’anno successivo, album peraltro di transizione, si comincia a delineare la volontà del chitarrista di esplorare diversi stili e di dare nuovi colori e direzioni alla musica del gruppo: si affacciano così momenti psichedelici, il suono progressivamente si indurisce e si sperimenta il superamento della forma canzone in un qualcosa di più magniloquente ed ambizioso con la mini rock-opera “A quick one, while he’s away”,per ora un divertissment, ma idea in seguito decisiva nell’affermazione della band.

Il primo capolavoro arriva nel 1967 con “The Who Sell out”,che accentua la vena psichedelica (“Arnenia city in the s ky”, la splendida “I can see for miles”, “Sunrise”, la suite “Rael” tra le altre)ma contiene anche una lucida critica del consumismo sempre più dilagante (i famosi finti stacchetti pubblicitari inseriti tra un pezzo e l’altro), a dimostrazione dell’attenzione che Townshend e la sua band dedicano alla realtà che li circonda.

La maturazione giunge a compimento in modo fragoroso con la rock-opera “Tommy” del 1969, probabilmente il più grande concept-album della storia del rock, che diverrà nel tempo film e spettacolo teatrale,un caleidoscopio di suoni acustici ed elettrici, momenti hard e picchi sinfonici,nel quale Townshend, alter ego del protagonista, dà sfogo a tutta la propria versatilità creativa.

A questo punto gli Who diventano un fenomeno di massa e sono invitati a tutti i festival più importanti; proprio nella dimensione live viene fuori tutto l’approccio fisico, quasi animalesco, che hanno Townshend e i suoi compari nei confronti della musica: Roger Daltrey che rotea il microfono fissato con lo scotch, i siparietti e l’energia straripante di Keith Moon, l’apparente flemma di “The Ox”, la pennata a mulinello di Townshend, quella rabbia sincera che li porta a distruggere gli strumenti alla fine delle esibizioni diventano il manifesto di un nuovo modo di intendere la musica, ma anche la vita stessa. La testimonianza live su disco arriva di conseguenza nel 1970, ed è, manco a dirlo,una pietra miliare: “Live at Leeds” diventa, da quel momento in poi, pietra di paragone per intere generazioni di musicisti,un disco fondamentale per definire un certo stile che più avanti verrà codificato come hard-rock.

Chiunque,dopo aver bruciato così in fretta le tappe, si fermerebbe per qualche anno ma non Townshend, ormai proiettato verso una forma d’arte totale che possa non solo essere ascoltabile su vinile ma anche vista al cinema e rappresentata in teatro: è il sogno della sua vita, la rock-opera “Lifehouse”, che non verrà mai portata a compimento interamente, ma dalle cui “session” nascono le canzoni di un altro grandissimo capolavoro degli Who, “Who’s next” del 1971. La ricerca melodica è come al solito di primissimo piano, si sperimentano stavolta arrangiamenti quasi progressive, le canzoni, anche grazie all’incredibile versatilità della voce di Daltrey,sono tutte meravigliose e diventano in un baleno altrettanti classici.

A questo punto a Townshend non resta che chiudere il cerchio e lo fa nel modo migliore con l’ultimo di una serie inarrivabile di capolavori: “Quadrophenia” del 1973 rappresenta, attraverso la metafora dello scontro tra Mod e Rockers, la fine della giovinezza e la disillusione nel vedere le contraddizioni della società inglese dell’epoca: è una descrizione amara ed anche brutale, sorretta come sempre da una grande musica, con Townshend ed Entwinstle a rincorrersi su linee melodiche fantasiose ed accattivanti.

Da qui in poi ci saranno buone prove (soprattutto “The Who by numbers” del 1975)alternate ad altre minori, ma soprattutto verrà la stagione dei lutti(Moon muore nel 1978, più tardi, nel 2002, toccherà ad Entwistle)conseguenza di eccessi ai quali purtroppo anche Townshend pagherà un pesante tributo;sarà proprio durante il periodo più difficile dal punto di vista personale, ormai schiavo di alcool e droghe, che il chitarrista produrrà il suo miglior album solista, “Empty Glass” del 1980, un coraggioso e catartico ritratto della propria vita a pezzi affidato al ruggito della sua Gibson e della sua Rickenbacker e alla sua indomita anima rock (e di che spessore sia il personaggio si evince anche dal tono autoironico dato a tutta l’operazione, con lui in copertina con l’aureola e l’espressione del volto assente, circondato da donne e bottiglie, e nei credits la dedica al brandy Remy Martin che gli avrebbe salvato la vita aumentando i prezzi!).

Concludendo possiamo dire che l’uomo che si augurava di morire prima di diventare vecchio ha doppiato felicemente la boa dei sessanta e porta in giro, anche senza i compagni persi per strada, con la consueta grinta, il proprio spirito ribelle (che effetto vedere gli Who nel 2005 tra le attrazioni principali del Live 8!):un MITO, nè più nè meno.

inserito da Mattia Paragone

  • Demon

    Un grande !!! con tanta semplicità ha saputo fare canzoni storiche e emotivamente uniche 😀