Intervista a Stefano “Brando” Brandoni

Chitarrista e compositiore davvero eclettico nato dal rock indipendente, Stefano Brandoni ha sviluppato uno stile molto personale e riconoscibile, capace di fondersi e andattarsi alle più diverse situazioni musicali contribuendo non poco a renderle moderne e originali.
L’unicita’ e la Personalilità del suo suono hanno portato Stefano Brandoni a collaborare in studio e live con Artisti come Dolcenera, Francesco Renga, Gianluca Grignani, Roberto Vecchioni, Alberto Fortis e molti altri partecipando in molti casi anche alla fase creativa. Lo avrete sicuramente visto in TV, Les Paul e immancabile cappellino, nelle sue innumerevoli apparizioni a partire dal Festival di Sanremo.
Stefano collabora anche con Rezophonic, il progetto attraverso cui i migliori Artisti della scena italiana (tra i quali anche Stef Burns) supportano AMREF.
Abbiamo deciso di intervistare Stefano perchè a nostro avviso è un chitarrista e musicista davvero interessante che ha saputo trasferire la propria personalità musicale agli artisti con cui ha lavorato, quindi in definitiva alla musica italiana più recente, davvero un ottimo esempio di come diventare, ed essere, chitarristi dei giorni nostri. 


Ecco l’intervista, realizzata grazie a FaceBook che ci ha fatto conoscere Stefano.
Grazie a Cherry Blossom per averci concesso l’uso delle sue fotografie, che trovate anche sulla sua pagina Flickr

 
Sei uno dei chitarristi più richiesti del momento. La cosa secondo me molto interessante è che hai uno stile riconoscibile, esattamente come i grandi session internazionali anche di qualche anno fa (che so..Steve Lukather o Phil Palmer che tanto ha suonato su dischi italiani). Gente che ha portato un contributo originale e creativo anche in contesti artistici e musicali distanti dal proprio riuscendo comuinque a farsi notare. Pensi che il ruolo del session man sia ancora così? Come è stata e come è in quesato senso la tua personale esperienza?
 
Tendenzialmente cerco sempre di ridimensionare (sarà per eccesso di umiltà). Non penso di essere uno dei più richiesti del momento, penso di essere abbastanza conosciuto e di poter dire che da anni faccio di lavoro il chitarrista… Detto questo ti ringrazio per aver identificato esattamente il mio intento, che è quello di essere al tempo stesso session man e collaboratore artistico. E’ un discorso complesso, anche perché nel mio caso non si tratta di una postura, ma di un normale e naturale modo di porsi verso questa professione.
La storia di un musicista conta: io sono passato dalla musica alternativa al lavoro di session man e ho iniziato a studiare molto tardi. Chiaramente ho un bagaglio di conoscenze totalmente differente da quello di un musicista con formazione accademica, nel bene e nel male.
Non sempre nel lavoro di session man viene richiesta la creatività, a volte bisogna anche “eseguire” e in questo caso la cultura del suono diventa fondamentale. Comunque ora mi diverte anche essere un esecutore, cosa che anni fa ritenevo blasfema!
Diciamo che oggi si può essere session man in entrambi i modi. La vera differenza è essere riconoscibili e quindi identificabili per delle caratteristiche ed una capacità unica, ma attenzione – ripeto – non deve mai essere una postura o una forzatura (in quel caso sarebbe una pessima imitazione) 
Un cosa interessante del tuo lavoro è che stai suonando con moltissimi artisti italiani, che mi sembrano accomunati da diciamo “forti” esigenze di modernità/attualità. Alcuni di essi sono artisticamente “giovani” (ad.es. Francesco Renga, Dolcenera, In questo momento la modernità viene da un chitarrista che imbraccia una bella Les Paul e produce suoni spesso vintage. E’ qui oggi il senso della modernità anche chitarristica?
 
La modernità chitarristica è sicuramente richiesta, così come lo è una specifica collocazione di genere. Puoi invecchiare un brano di 10 anni suonando in un certo modo! Io ascolto molto e raccolgo continuamente materiale, dischi vecchissimi e nuovissimi. Oggi in rete puoi raccogliere informazioni infinite, elaborarle suonando e trasformarle in idee.
L’aspetto interessante è applicare queste idee nella fase creativa e per me è divertentissimo quando accade. Dolcenera nel suo ultimo album mi ha lasciato tanto tempo per sperimentare e mi ha continuamente campionato, stecche comprese! 
Penso che il “suono” stia diventando sempre più (lo è probabilmente sempre stato, i grandi chitarristi della storia dello strumento hanno sempre avuto un grande suono) un tratto molto distintivo per un chitarrista, soprattutto elettrico. Dopo un ventennio e più di scale e arpeggi a tutta velocità mi pare che oggi essere sul pezzo con il suono sia davvero fondamentale per suonare professionalmente e forse anche per avere qualcosa da dire. che ne pensi?
 
Sono d’accordo, il suono è fondamentale. Puoi suonare le stesse note con 100 suoni diversi e dare 100 significati alle cose che suoni. Ma il concetto di suono è più nella testa che negli strumenti e quindi diventa un discorso totalmente soggettivo. Io adoro persone che non sanno suonare bene e hanno un modo unico di eseguire la loro parte; io non riuscirò mai a suonare questa parte come la suonano loro: questo per me è il concetto di suono.
Avere qualcosa da dire è fondamentale, anche con una scala velocissima! Un giorno magari imparerò a farle anche io… È che proprio non le so fare!…magari imparerò.
 
Nei dischi in cui ti ho sentito ho avuto la sensazione di un lavoro che va molto al di là del “suono” in quanto tale…ho sentito una costruzione di parti
davvero interessanti sia come elementi dell’arrangiamento sia come sonorità, sia come suonabilità anche live. Mi immagino che il tuo ruolo in una produzione possa andare dal mero intervento in studio ad un coinvolgimento più profondo quasi fino alla produzione. E’ così? Ci sono stati lavori/progetti di cui vai particolarmente fiero in questo senso?
 
Il mio percorso musicale è ancora attivo e in pieno mutamento. Arrivo dal punkrock e ora studio quattro ore al giorno chitarra classica contemporanea: è un continuo cercare e provare strumenti.
Un esempio: in un film sul blues ho visto Skip James usare delle vecchie Stella Harmony (piccole chitarre da blues economiche) ne ho comprate tre su Ebay a 70 euro l’una… le ho già usate su molti dischi per la particolarità unica e per il timbro mediosissimo. 

Quanto conta nella ricerca del suono la cultura musicale in senso lato. Penso che certe sonorità le puoi immaginare e diciamo così trasferirle in uno o più pedali solo dopo averle sentite, magari in altri contesti musicali, fatte da altri strumenti…che ne pensi?

 
Sono d’accordo con quello che scrivi: la cultura musicale è fondamentale. E’ indispensabile ascoltare molta musica e non solo chitarristica, trasferendo concetti non chitarristici alla chitarra… ma questo è un percorso che ho iniziato seriamente da poco. 
 
Leggevo in una tua precedente intervista che non suoni in coverbands e non insegni. Spiegami il perchè di questa scelta. Ti aggiungo solo che per me le cover band rappresentano un segno di arretratezza musicale, di provincialismo e di qualche problema serio nei meccanismi di proposizione e fruizione della musica!
 
Si è vero, non suono e non ho mai suonato in cover band, ma non per una forma di “discriminazione”: è che mi sembra di perdere tempo che potrei usare per me. Non do lezioni perché sto ancora prendendo lezioni e il mio livello di conoscenza ha ancora dei buchi. E’ una forma di rispetto per eventuali studenti. Però mi piacerebbe raccontare a livello pratico la mia esperienza a dei ragazzi…con la chitarra in mano (chiaramente)! Prima o poi lo farò. 
Dato che lavori molto sui suoni:quanti pedali cambi in un anno? Dove ti rifornisci abitualmente? Ami il vintage? Quali sono i tre pedali che non mancheranno mai nella tua pedialiera? E se dovessi suonare solo chitarra + ampli?
 
Continuo a cambiare pedali, ampli e chitarre: è quasi una patologia!
Mi rifornisco da GBL Milano e da Moreno Meroni a Cinisello Balsamo e sulla rete nei vari siti. Amo il vintage che funziona e non quello che mi fa perdere tempo.
I pedali della mia pedaliera continuano a cambiare, continuo a comprare velcro!
Chitarra e ampli (quello che uso ora): la mia standard (Gibson Les Paul ndr) e un Fender Deluxe Reissue 65 con Jensenspecial 22W, o Matchless Clubman35. 
Ti vedo sempre gibsoniano, anzi lespauliano…a cosa si deve questa scelta? Cosa abbini normalmente alla tua LesPaul come ampli?
 
La Les Paul standard è la chitarra che uso principalmente. In realtà in studio uso di tutto: molto una Telecaster Masterbuilt, Danelectro, Silvertone e varie Gibson 335, 125, Special Cut: insomma arrivo col furgone
Parlaci delle tue influenze chitarristiche, però con alcune varianti. 
I tre “maestri”, I tre che ti commuovono di più, I tre più “giovani” che ti vengono in mente
 
e mie influenze chitarristiche quasi non le ricordo più, o meglio continuo ad elaborare possibilità e quindi certe cose mi sembrano lontanissime. E’ innegabile che ho amato tutta una parte del rock inglese creativo e quindi The Edge è stato un riferimento importante. Ora però sono incuriosito da altro, ti farò quindi dei nomi che sto seguendo in questo periodo.
Primo tra tutti Marc Ribot, che è il mio ideale di session man. In Italia forse impossibile da replicare: non esistono grandi nomi pronti a farsi contaminare in modo cosi particolare!! E questo è molto grave… Non è un caso che in Italia abbia collaborato con Vinicio Capossela, forse la penna più felice del panorama autorale italiano. In ogni caso, Marc Ribot porta avanti parallelamente la sua carriera di session man (Tom Waits, Elvis Costello, Norah Jones, John Zorn e molti altri di questo calibro) e i suoi progetti personali. Ha una sua discografia infinita e tra tutti segnalo un progetto particolare: Ceramic Dog, un suo trio veramente speciale!
Come seconda influenza metterei Leo Brouwer : studio questo autore cubano (vivente) da tre anni. Qualsiasi chitarrista classico conosce i suoi “Studi semplici” e “Nuovi studi semplici”. Sono letture che mi hanno aperto infinite possibilità e mi hanno avvicinato alla composizione e comprensione della musica contemporanea.
Segnalo poi un giovane veramente interessante per il suono e per l’idea di solo sempre cool, Derek Trucks.
Potrei andare avanti all’infinito visto che ritengo particolare ogni chitarrista, a suo modo, ma mi fermo anche se non ho completato il numero richiesto, ci tenevo a segnalare i miei due riferimenti di questo momento. 

Parlaci dei tuoi nuovi progetti, ho visto che fai parte del progetto rezophonic, Stef Burns me ne parlava proprio un mesetto fa in occasione dell’intervista che mi ha rilasciato!
 
Ho fatto parte del primo disco del progetto Rezophonic, suonando le acustiche e un po’ di elettriche in vari brani. A parte il fine nobile, è stato uno scambio importante e un progetto ben riuscito.
Tra i miei nuovi progetti un disco di mie composizioni, arenato da anni per il poco tempo… ma per metà già realizzato. Spero tanto di finirlo nei primi mesi del 2010 e spero nel caso di trovare interlocutori interessati ad un “non genere” !!
Vedremo.
 
Grazie davvero per l’intervista 
Grazie a voi per tutto.
Stefano 
 
 
  • Maurizio Mattavi

    Grandissimo Brando!!!